La pizza fritta è una vecchia pietanza della tradizione gastronomica partenopea ed è associata all'espressione napoletana "a ogge a otto", ovvero la mangio oggi e la pago tra otto giorni. Era uno dei pochi alimenti accessibili al popolino pieno di debiti che viveva nei vicoli di Napoli ed in particolare nei bassi, monolocali senza finestra a livello stradale, simbolo della Napoli povera e teatro di tutte le vicende più folcloristiche della città.
La pizza poteva essere farcita di ricotta, salame, cicoli, mozzarella oppure semplicemente senza ripieno, versione più economica della pizza cotta in forno, che non tutti potevano permettersi.
Ad occuparsi della frittura e della vendita era spesso la moglie del pizzaiolo, famosa una scena del film diretto da Vittorio De Sica "L'oro di Napoli" con Sophia Loren e suo marito Rosario Giacomo Furia, il pizzaiolo. Un giorno il costosissimo anello di fidanzamento che Sophia ha sempre portato scompare nell'impasto. Sarà caduto nella pasta della pizza della guardia notturna o in quella del fresco vedovo (interpretato da Paolo Stoppa)? La verità è molto più amara.
Il cliente, anche lui un abitante dei "bassi", comprava la pizza, mentre la pizzaiola si segnava il credito su un quadernetto oppure su un calendario e per quel giorno il problema della fame era risolto. Tra una settimana si sarebbe "pensato" al conto!
Ma si dà credito anche ad un'altra spiegazione di questo termine "a ogge a otto" e si può far risalire al fatto che queste pizzerie familiari restavano aperte un solo giorno alla settimana, quello in cui il pizzaiolo nel suo giorno libero della settimana, arrotondava le entrate della famiglia con la vendita delle pizze fritte in padelle alte, poste su "fornacelle" con il "bancariello" improvvisato per la vendita su cui poggiava il "colatore" dell'olio in eccesso.
Inutile dire che la pizza veniva consumata per strada con il solo ausilio di un "tovagliolo" improvvisato.
Oggi queste pizzerie non ci sono più anche se ancora oggi nel centro storico di Napoli qualche vecchio pizzaiolo vende "a ogge a otto".
Una bella definizione del cibo di strada la lascia in "Usi e costumi di Napoli" Francesco de Bourcard nel 1866: <<... il pasticcere sta allo "zeppolaiuolo" come il nobile al plebeo; il primo appartiene all'aristocrazia e mette il suo forno a Toledo a Chiana, mentre il secondo è democratico e stabilisce i suoi fornelli nei vicoli angusti della nostra bella città, affumicando sé e i suoi vicini col fumo delle sue padelle. Egli frigge "Zeppole, Scagliuozzoli e Panzarotti">>.